La recente morte del cooperante Giovanni Lo Porto a causa dei
droni Usa ci porta a riflettere sui rischi connessi all'uso di tali dispositivi
in zone di guerra.
Come è noto i droni ultimamente stanno avendo una grande diffusione
anche in ambito civile per i loro indubbi vantaggi rappresentati dalla
possibilità di manovrare gli stessi a distanza attraverso apposite stazioni di
comando.
I droni, ormai, vengono sempre più spesso utilizzati sia per
attività di ricognizione (si pensi ad incendi o a calamità naturali
particolarmente gravi come terremoti, alluvioni, ecc.) sia per attività
collegate a veri e propri servizi (come il trasporto di merci annunciato da
Amazon ed anche da Google, oppure si pensi agli usi in campo investigativo o
per servizi fotografici o cinematografici).
Ma non bisogna dimenticare che i droni nascono in ambito
militare e possono essere definiti come velivoli privi di pilota e comandati a
distanza, usati generalmente per operazioni di ricognizione e sorveglianza,
oltre che di disturbo e inganno nella guerra elettronica; vengono indicati nei paesi
anglosassoni anche con la sigla RPV, dalle lettere iniziali dell’inglese
Remotely Piloted Vehicle «veicolo guidato a distanza».
Nel 2011 gli Stati Uniti, in collaborazione con il Messico,
hanno utilizzato i droni per il controllo delle frontiere e per combattere i
narcotrafficanti, grazie alla possibilità di monitorarne i movimenti. Nello
stesso anno, in Giappone, l’uso dei droni ha permesso di controllare da vicino
l’attività dei reattori della centrale nucleare di Fukushima, dopo le
esplosioni causate dal terremoto di Tōhoku. Per uso bellico, i Predator sono
stati impiegati nel 2011 dalle forze statunitensi per proteggere i ribelli in
rivolta contro Gheddafi. Proprio un accordo con gli Stati Uniti potrebbe fare
dell’Italia il primo Paese, oltre alla Gran Bretagna, ad avere droni
statunitensi armati per la protezione delle proprie truppe in Afghanistan: si
tratta dei cosiddetti Reaper, più grandi e potenti dei Predator, di cui sei
esemplari sono in dotazione dell’Italia. L’intesa rappresenta sicuramente
l’inizio di un utilizzo più esteso dei droni armati da parte di molti paesi.
Il problema dei droni armati e della loro complessa tecnologia
ci deve, però, mettere in guardia dai rischi connessi all'utilizzo di un sistema
cognitivo artificiale che sulla base di determinati "alert" potrebbe
dare il benestare all'uso delle armi quando, invece, questi presupposti, in
realtà, non ci sono o comunque potrebbero essere valutati diversamente da un
osservatore umano. In effetti l'approccio automatico va visto come due facce
della stessa medaglia: da un lato il risparmio di tempo rappresenta un grande
vantaggio ai fini dell'efficacia dello strumento bellico, dall'altro, però,
un'eventuale imprecisione del sistema cognitivo potrebbe essere pagata a duro
prezzo in termini di effetti collaterali.
In realtà prima di
ritrovarci in un mondo dove le macchine avranno il potere di decidere di
uccidere gli umani, serve una pausa di riflessione: armi autonome, dei veri e
propri “robot killer” vanno ben oltre i già controversi droni, comandati a
distanza. Mentre, difatti, per i droni spetta ancora ad un essere umano
decidere se ricorrere all'uso letale della forza, una nuova tecnologia che
preveda computer a bordo in grado di decidere autonomamente chi prendere di
mira può essere davvero rischiosa.
Ormai questa tecnologia
è disponibile o comunque lo sarà presto e questo è il momento opportuno per
decidere se tale tipo d'armi debba essere bandito o regolamentato, per
riflettere su questioni quali l'accertamento della responsabilità, ma non solo.
