Il lento ma inesorabile percorso del nostro paese verso la
completa digitalizzazione di tutte le fondamentali attività di rilevanza
pubblicistica conosce con l'Agenda digitale, i cui principi informatori sono
contenuti nel Decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 convertito dalla legge di
conversione 17 dicembre 2012, n. 221, un momento importante e nello stesso
tempo molto delicato poiché il nostro paese si dota di uno strumento normativo
che costituirà un’efficace leva per la crescita economica ed occupazionale.
L’innovazione rappresenta, per la prima volta, un fattore
strutturale di crescita sostenibile e di rafforzamento della competitività
delle imprese e la realizzazione di un simile obiettivo non può essere ormai
più procrastinata per stare al passo con l'Unione Europea.
Il compito non è facile e molto probabilmente saranno
necessarie ulteriori modifiche ed integrazioni del tessuto normativo
preesistente per raggiungere gli obiettivi voluti, così come è già accaduto con
il Codice dell'Amministrazione Digitale, che a distanza di otto anni dalla sua approvazione continua a subire
diversi adattamenti rappresentando così un'autentica normativa in progress.
D'altro canto laddove è presente l'innovazione tecnologica non potrebbe essere
altrimenti, poiché è sempre difficile adeguare un rigido testo normativo al
continuo progresso tecnologico specie in un settore come quello pubblico che
non ha mai avuto nella flessibilità la sua caratteristica principale.
Ma andare avanti su questa strada è indispensabile per
avere una Pubblica Amministrazione digitale, con attività informatizzate
giuridicamente valide, posta certificata e soprattutto trasparenza dell’iter
burocratico verso l’esterno.
Ma perché la P.A. ancora non riesce a raggiungere questi
obiettivi apparentemente ormai alla portata di tutti?
Le motivazioni sono diverse ed alcune criticità sono state
individuate anche nell’ambito della stessa agenda digitale attraverso i c.d.
pilastri cioè le aree d’azione.
Ma proviamo a schematizzare questi c.d. punti deboli nella
speranza di debellarli definitivamente:
- Carenza di formazione in materia e necessità di una
“nuova alfabetizzazione informatica” coinvolgendo nell’iniziativa
principalmente le figure dirigenziali.
- Aspetti organizzativi ancora da definire con
l’individuazione di figure già previste dalla normativa (resp. conservazione
sostitutiva, resp. privacy, resp. trasparenza, amministratore di sistema,
ecc.).
- Necessità di semplificare una normativa troppo complessa
ed articolata per una materia come quella tecnologica in continua evoluzione
(troppi decreti applicativi che rischiano di bloccare o quanto meno ritardare
l’introduzione di nuovi strumenti).
- Nel corso della formulazione di regole tecniche, fondamentali
nel nostro settore, sarebbe opportuno aprire un reale confronto con tutti gli
operatori al di là delle consultazioni pubbliche che spesso si risolvono in
mere formalità.
- Necessità di ricostituire un ente come l’AIPA dotato di
un minimo di autonomia. Purtroppo le varie trasformazioni (AIPA, CNIPA,
DigitPA, AGid, ecc.) hanno creato non pochi problemi di funzionamento ed
efficienza ad un ente che avrebbe dovuto aiutare gli enti pubblici a realizzare
una trasformazione epocale. Va, inoltre, riservata una maggiore attenzione agli
enti pubblici periferici lasciati spesso soli a risolvere problematiche non
facili.
- Necessità di rivedere molte procedure burocratiche che
andrebbero snellite e semplificate come del resto richiede la stessa
informatizzazione.
- Per quanto l’agenda digitale preveda delle misure
particolarmente innovative, sarebbe opportuno procedere per piccoli passi senza
prevedere accelerazioni qualora non ci siano i presupposti (parlare oggi di
smart cities con la P.A. ancora in difficoltà sui fondamenti
dell’informatizzazione, appare onestamente un po’ eccessivo).
- Riservare maggiore attenzione a due componenti
fondamentali dell’informatizzazione: interoperabilità e sicurezza.
- Prevedere sanzioni efficaci in caso di inosservanza di
norme fondamentali in materia. Purtroppo l’idea di Brunetta di colpire i
dirigenti incidendo sull’indennità di risultato non ha avuto alcun effetto.
- Coinvolgere e sensibilizzare di più gli stessi cittadini
che spesso ignorano l’effettiva utilità della digitalizzazione dei servizi.
- Infine, comprendere che è necessario prima investire
nell’ICT e nella realizzazione di progetti validi ed efficienti. Solo
successivamente sarà possibile risparmiare.
Le conseguenze derivanti da queste diverse incongruenze che
stanno caratterizzando l’attuale processo di digitalizzazione sono evidenti e
bastano due esempi per chiarire il momento confusionale che stiamo vivendo:
- l’attuale procedura che stanno attuando molte
amministrazioni per risparmiare la carta nonché le spese postali consistente
nell’inviare per posta elettronica non sempre certificata documenti informatici
(pdf), ottenuti dalla scansione di originali cartacei, privi di firma digitale.
- Quello che sta accadendo in molte Università dove
scompare il “famoso” libretto universitario ma ancora non esiste il registro
elettronico o nelle scuole dove i libri elettronici stentano a decollare per
andare incontro a “politiche” editoriali di vecchio stampo.
Potrei dilungarmi nell’elencazione di tanti casi
preoccupanti, ma in tale contesto appare ormai chiaro un importante principio
che dobbiamo sempre tenere in mente: se vogliamo davvero condurre l’Italia ad
una svolta epocale in tale settore lo dobbiamo volere noi tutti come operatori,
come cittadini, come imprese, come professionisti, poiché non basta la legge,
ma è fondamentale una nostra effettiva consapevolezza di voltare pagina
rispetto al passato, pagina che non è più cartacea.
