lunedì 14 agosto 2017

La censura ed il web: perché la Boldrini sbaglia

Ritorna in auge ancora una volta lo scottante argomento dell’odio on line, della gogna mediatica, della censura sul web. 
Una delle massime cariche istituzionali, da tempo interessata a queste tematiche ha detto la sua dichiarando guerra a tutti coloro che le arrechino offesa utilizzando lo strumento telematico ed in particolar modo il social network per eccellenza come facebook. Indubbiamente la Boldrini non è molto amata, almeno in rete, ed è già stata scottata da pesanti ed offensive invettive che l’hanno coinvolta sui social e non è disposta a tollerare ancora. Credo, però, che innanzitutto vada fatta un’importante distinzione, che non sempre è chiara: un conto è individuare e punire chi utilizza i social solo per seminare odio ed altro conto è invece attaccare chi sui social esprime, anche se in modo colorito, delle proprie opinioni critiche che talvolta riflettono il proprio malcontento nei confronti del Governo, dello Stato e, quindi dei suoi rappresentanti. In quest’ultimo caso, difatti, non credo che si possano attaccare queste persone minacciando ipotetiche denunce, il tutto in violazione di un sacrosanto principio sancito dall’art. 21 della nostra Costituzione che, ricordo, quando ricondotto nei binari di una giusta critica riguarda tutti, anche quando oggetto di queste osservazioni siano le massime cariche dello Stato. 
Del resto, non dimentichiamo che il successo del web e dei social è rappresentato proprio dalla possibilità che hanno tutti di esprimere la loro opinione anche quando questa è banale, scontata, superficiale, criticabile, ecc. D’altro canto ognuno si assume le responsabilità di ciò che esprime sui social ed a sua volta si espone ad inevitabili controcritiche. E’ questo lo spirito dei social e se non lo gradiamo a questo punto evitiamo di frequentarli, ma non demonizziamoli. 
Tutt’altro discorso è, invece, quello che riguarda i seminatori di odio, coloro che provano gusto solo ad offendere, ad influenzare in negativo persone psicologicamente labili. In questi casi siamo ben al di fuori dei canoni sanciti dalla nostra Costituzione, ma non credo che la soluzione migliore sia la persecuzione giudiziaria perché complessa (non è facile trovare i responsabili di queste invettive) ed inefficace (l’azione dura spesso genera una reazione altrettanto dura). In realtà credo che l’arma più efficace sia quella di lasciar cucinare questi personaggi nel loro stesso brodo ed attraverso un’efficace campagna di educazione sociale (ultimamente rilanciata anche dal nostro Garante privacy) fare in modo che questi untori siano isolati dalla stessa comunità sociale ed additati come pecore nere. 
Il mondo anglosassone è riuscito in questo modo a risolvere molti problemi ed è arrivato a concepire efficaci forme di soluzione extragiudiziale di controversie, utilizzando questi metodi che si fondano sull’effetto riequilibratore dello stesso web. 
Sono convinto che per risolvere problemi che nascono dal web bisogna trovare soluzione nuove offerte dallo stesso web ed evitare, per quanto possibile, forme tradizionali di giustizia che talvolta arrecano solo danni.