sabato 26 febbraio 2011

L'avvocato può fare il mediatore?


Ho deciso di uscire un pò fuori tema con questo post, ma ritengo opportuno esprimere la mia opinione su un argomento che sta facendo molto scalpore in questo periodo anche a seguito di diverse e polemiche iniziative degli avvocati.
In effetti, pur essendo competente in ben altre materie devo dire che da un pò di tempo sono entrato nell’affascinante mondo della mediazione e da qualche mese sto svolgendo un’incessante attività di formazione nei numerosi corsi che si stanno tenendo in questo periodo. Ho quindi approfondito la materia, per la verità già nota per i miei precedenti studi sull’ODR e conosciuto diversi aspiranti mediatori con cui ho avuto la possibilità di discutere con loro diverse tematiche di questo mondo che per molti è e rimarrà un mondo “alieno”.
Sono convinto del fatto che l’avvocato ha tutti i requisiti per essere un buon conciliatore ed è favorito in particolare da quella competenza giuridica che in molti casi, checché se ne dica, sarà necessaria, ma deve assolutamente spogliarsi di quell’ atavica mentalità dell’avvocato “causaiolo” tipica purtroppo del nostro sistema giuridico. L’avvocato italiano tende a ragionare in termini “avversariali” ed a individuare subito le responsabilità connesse ad una determinata controversia. Tale impostazione mentale è estremamente deleteria per un conciliatore, che invece deve porsi come unico obiettivo quello di facilitare, favorire l’accordo delle parti utilizzando tutte le tecniche e gli stratagemmi possibili purché ovviamente mantenendosi nei limiti della correttezza, della riservatezza e della legalità.
Purtroppo questo errato accostamento dell’avvocato alla materia della mediazione ha determinato una “drammatica” sfiducia nell’istituto con iniziative anche polemiche tese a vanificare il disposto legislativo voluto tra l’altro dalla stessa normativa comunitaria. La tendenza non solo comunitaria ma anche internazionale è tutta rivolta a favorire lo strumento della conciliazione ed in generale dell’ADR come unico strumento alternativo alla giustizia ordinaria ed in molti paesi, specie quelli anglosassoni, il risultato è stato più che positivo con notevoli soddisfazioni professionali per gli stessi avvocati.
In Italia, purtroppo, c’è il rischio concreto che ciò che è accaduto in materia di privacy, con l’entrata in vigore del codice per la protezione dei dati personali, accada anche in materia di mediazione. Difatti, mentre gli avvocati perdono tempo prezioso ed energie a contestare le norme, gli altri professionisti si specializzano e colgono nell’immediato occasioni di crescita professionale che sfuggono ai legali.
E’ recentissima, ormai la notizia che la mediazione obbligatoria entrerà comunque in vigore il 20 marzo escluse la materia condominiale ed i sinistri stradali ed allo stato attuale diverse categorie sono pronte, tranne proprio gli avvocati.
Sarà poi nella prassi concreta che si vedrà se la conciliazione funzionerà o meno, se sarà davvero una manna per gli organismi di conciliazione, se risolverà davvero il problema dell’affollamento delle aule giudiziarie, ma almeno bisogna tentare e sono convinto che in alcune materie si rivelerà davvero molto efficace grazie anche all’indispensabile aiuto delle nuove tecnologie.

martedì 22 febbraio 2011

Due iniziative per una migliore comprensione del Codice dell'Amministrazione digitale


Ho deciso di contribuire in qualche modo ad una migliore comprensione del Codice dell'Amministrazione digitale che con la recente riforma del d.lgs. n. 235/2010 è stato profondamente modificato. Quindi, grazie all'indispensabile collaborazione di Altalex, ho realizzato un e-book che commenta il CAD con un occhio particolare alle novità introdotte dalla riforma http://www.altalex.com/index.php?idnot=13267. Inoltre il 19 aprile, sempre in collaborazione con Altalex formazione, terrò a Roma un seminario che avrà l'obiettivo di esaminare i punti essenziali della riforma e rispondere ai principali interrogativi in materia http://www.altalexformazione.it/catalogo.php?ID=299.
Come è noto l'originario CAD risale al 2005 e in questi anni le tecnologie informatiche si sono evolute con una tale rapidità da rendere obsolete alcune definizioni e previsioni normative. Inoltre le modifiche organizzative intervenute all'interno delle amministrazioni pubbliche hanno reso necessarie alcune modificazioni per l’adeguamento ai criteri di efficienza ed efficacia che permeano i nuovi indirizzi strategici governativi.
L’intervento riformatore, quindi, ha concentrato l'attenzione sull'individuazione e sulla regolamentazione dei più evoluti strumenti tecnologici in modo da semplificare i rapporti con cittadini ed imprese, ai quali saranno fornite risposte sempre più tempestive. Tale obiettivo della riforma consente, sotto il profilo sociale, di avvicinare la pubblica amministrazione alle esigenze, alle richieste dei cittadini, e, sotto il profilo economico, di conseguire un forte recupero di produttività che, nell’attuale contesto internazionale, assume carattere decisivo nel superamento della crisi finanziaria ed economica.
Tale intervento non è esente da dubbi e criticità che assumono in molti casi un rilievo preoccupante in considerazione delle problematiche tecniche e giuridiche che accompagnano sempre la materia dell'innovazione tecnologica.

domenica 20 febbraio 2011

Open data o open mind?


In questo periodo si sente spesso parlare di open data che oltre a rappresentare in senso tecnico il formato "aperto" con cui i dati digitali possono essere distribuiti nel web per rendere i dati accessibili, riusabili, ed integrabili, rappresenta un vero e proprio movimento che ha alla base i principi fondamentali dell'open source. Lo stesso concetto va, quindi, visto in diretto collegamento con il riuso dei dati pubblici che dovrebbe portare all'elaborazione di un altro ambizioso concetto e cioè quello di Open Government, con il quale si cerca di evidenziare l’apertura e la trasparenza delle pubbliche amministrazioni.
Naturalmente tutto ciò è facile a dirsi, ma non poche sono le difficoltà che si incontrano in fase di attuazione, che, del resto, hanno già portato al fallimento del riuso dei programmi informatici nonostante la previsione normativa contenuta nel Codice dell'Ammnistrazione Digitale. Le motivazioni vanno ricercate innanzitutto nelle resistenze mentali degli amministratori e dei funzionari pubblici, che non accettano mai di buon grado aspetti innovativi così forti, ma bisogna fare i conti anche con gli interessi economici di grosse realtà imprenditoriali e societarie in ambito informatico, che ovviamente tendono ad imporre loro standard ed evitare un'eccessiva liberalizzazione dei formati.
Quindi, affinché possa affermarsi il concetto di open data e principalmente l'approccio filosofico che lo sostiene, è opportuno che vi sia una parallela evoluzione della nostra classe dirigente pubblica che abbandoni ataviche concezioni del settore pubblico ancora legate ad esclusività, privilegi, opportunismi che hanno già tanto danneggiato il nostro paese.

domenica 13 febbraio 2011

Storture di facebook o degli uomini?


Ho letto sui giornali quanto sta succedendo ultimamente presso la Cassa Nazionale di Previdenza dei Commercialisti a seguito di messaggi postati su facebook da impiegati della Cassa che hanno dato luogo a specifici procedimenti disciplinari per l'offensività dei post e per l'utilizzo di facebook durante l'orario di lavoro.
Anche in Italia, quindi, sta accadendo quello che già è avvenuto in altri paesi e cioè l'utilizzo dei social network come strumento di controllo dei propri dipendenti. Naturalmente questo è un aspetto deleterio relativo all'uso della Rete e sta già facendo nascere in molti una specie di psicosi difficile da superare. Conosco molti amici dipendenti di società o enti che non si iscrivono su facebook proprio per paura di essere controllati dai vertici aziendali. Si può giustificare tutto ciò? Cerchiamo di esaminare l'intera vicenda dal punto di vista giuridico.
Partendo dai principi generali del nostro ordinamento giuridico sicuramente in questo caso assume rilevanza il principio di libera manifestazione del proprio pensiero che presenta un limite nei casi accertati di ingiuria e/o diffamazione. In quest'ultimo caso ad esempio in merito al requisito richiesto dalla norma, secondo cui gli atti lesivi devono essere diretti alla persona offesa, non si hanno dubbi che ciò accada allorché il messaggio sia veicolato da posta elettronica all’indirizzo del destinatario. Più problematica risulta l’ipotesi in cui l’offesa sia veicolata attraverso un mezzo che raggiunge più persone contemporaneamente (newsgroup, mailing list, siti web, social network). In questi casi, si ritiene non si integri il delitto di ingiuria, bensì quello di diffamazione aggravata.
L’ampia casistica in materia di condotte diffamatorie presenta un intimo legame con l’attività giornalistica e la libertà di informazione, tale che l’evoluzione della giurisprudenza ne risulta fortemente influenzata. Si registra che un vastissimo numero di pronunce sia diretto all’accertamento della possibilità di invocare le scriminanti del diritto di cronaca e del diritto di critica nell’ambito della professione giornalistica.
Ma si pensi alle opinioni espresse attraverso social network, siti internet, newsgroup e blog, che non necessariamente costituiscono mezzi di informazione giornalistica e per le quali non sono invocabili i diritti di cronaca o di critica.
Per molti, però, il diritto di critica non sarebbe una mera specificazione del diritto di cronaca e come tale non sarebbe invocabile esclusivamente da chi esercita l’attività giornalistica.
Il diritto di critica ha un carattere autonomo e può essere esercitato da chiunque, nel rispetto dei confini stabiliti dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia di diritto di cronaca: a) utilità sociale dell’informazione; b) verità; c) forma civile dell’esposizione dei fatti.
Ma nello specifico il problema è un altro. Difatti dall'esame delle contestazioni disciplinari che la Cassa nazionale di Previdenza dei Commercialisti notifica ai propri dipendenti esce fuori uno scenario davvero preoccupante di un controllo assiduo, continuo delle attività del proprio dipendente su facebook a prescindere dal proprio rendimento lavorativo che, difatti non è contestato dai vertici. Ciò che più preoccupa in realtà all'Ente è la critica rivolta ai propri vertici che va immediata sedata anche con decisioni disciplinari drastiche. Insomma, ancora una volta il fine giustifica i mezzi ed in questo facebook rappresenta un utile strumento.
Non si affronta il problema dell'eventuale utilizzo di mezzi aziendali per navigare su Internet, dell'effettiva sussistenza degli estremi della diffamazione, ma si guarda al gravissimo atto di "lesa maestà" in quanto sono stati contestati i vertici dirigenziali.
Sono a dir poco sconvolto e ritengo che un simile comportamento di una qualsiasi azienda o Ente che sia tendente ad utilizzare la Rete come forma di controllo, di orwelliana memoria, che violi qualsiasi elementare principio di libertà, di dignità, di privacy dell'uomo vada immediatamente bandito, altrimenti ci poniamo sullo stesso livello di quei popoli che da tempo hanno dimenticato cosa significhi la parola democrazia.