lunedì 25 aprile 2011

Si chiama peer pressure. Cos'è?





Si tratta di un metodo di ODR che non ha precedenti nell’evoluzione dell’ADR tradizionale.
L’espressione, letteralmente traducibile « pressione tra pari », è legata ad una teoria sociologica che individua, in determinati gruppi sociali composto da soggetti aventi la stessa fascia d’età, la tendenza all’autocorrezione in vista dell’adeguamento ai comportamenti mantenuti da altri soggetti presi a modello.
La procedura, in sintesi, può essere così descritta.
Il consumatore che ha motivo di dolersi nei confronti di un venditore o di un fornitore di servizi, compila un modulo all’interno del sito Internet dell’ODR Provider, descrivendo il caso di specie e le relative pretese. In questa fase il gestore della procedura non compie, nel merito, nessuna verifica: si limita ad inoltrare la richiesta al soggetto nei cui confronti la denuncia è stata rivolta.
A questo punto si possono verificare tre ipotesi.
Il denunciato potrebbe non riconoscere alcun valore alla denuncia. Il file della disputa viene, quindi, pubblicato sul web, affinché ognuno possa esporre liberamente la propria opinione.
Stessa sorte qualora l’accordo tra le parti non venga raggiunto.
Nel caso di esito positivo, invece, viene chiesto all’impresa se vuole renderlo pubblico attraverso la diffusione della trattativa su Internet, al fine di una qualificazione dell’operatore commerciale nell’ottica di customer care.
Peraltro, la peer pressure può anche essere anche utile, alle parti, per conoscere l’eventuale impatto della propria richiesta su una giuria popolare. L’utilizzo di mock jury, tipica del mini trial, infatti, è sempre stato riservato, dato l’alto costo dell’organizzazione di un processo simulato, a controversie di elevato valore economico. Attraverso la pubblicazione della vertenza su Internet, la comunità virtuale costituisce la « giuria fantoccio » che permette agli operatori commerciali di valutare l’opportunità di intraprendere un giudizio reale.