domenica 20 febbraio 2011

Open data o open mind?


In questo periodo si sente spesso parlare di open data che oltre a rappresentare in senso tecnico il formato "aperto" con cui i dati digitali possono essere distribuiti nel web per rendere i dati accessibili, riusabili, ed integrabili, rappresenta un vero e proprio movimento che ha alla base i principi fondamentali dell'open source. Lo stesso concetto va, quindi, visto in diretto collegamento con il riuso dei dati pubblici che dovrebbe portare all'elaborazione di un altro ambizioso concetto e cioè quello di Open Government, con il quale si cerca di evidenziare l’apertura e la trasparenza delle pubbliche amministrazioni.
Naturalmente tutto ciò è facile a dirsi, ma non poche sono le difficoltà che si incontrano in fase di attuazione, che, del resto, hanno già portato al fallimento del riuso dei programmi informatici nonostante la previsione normativa contenuta nel Codice dell'Ammnistrazione Digitale. Le motivazioni vanno ricercate innanzitutto nelle resistenze mentali degli amministratori e dei funzionari pubblici, che non accettano mai di buon grado aspetti innovativi così forti, ma bisogna fare i conti anche con gli interessi economici di grosse realtà imprenditoriali e societarie in ambito informatico, che ovviamente tendono ad imporre loro standard ed evitare un'eccessiva liberalizzazione dei formati.
Quindi, affinché possa affermarsi il concetto di open data e principalmente l'approccio filosofico che lo sostiene, è opportuno che vi sia una parallela evoluzione della nostra classe dirigente pubblica che abbandoni ataviche concezioni del settore pubblico ancora legate ad esclusività, privilegi, opportunismi che hanno già tanto danneggiato il nostro paese.