domenica 18 aprile 2010

Sentenza Google – Vividown: un improbabile teorema giuridico


Dopo aver appreso la notizia della condanna dei tre funzionari Google per violazione della privacy, da parte del Tribunale di Milano, devo ammettere che attendevo con una certa curiosità le motivazioni della Sentenza. Purtroppo sono rimasto fortemente deluso dalla lettura del provvedimento, anzi ho avuto la netta sensazione di trovarmi di fronte ad una chiara volontà del giudice di condannare la società americana non supportata però da chiare ed attuali disposizioni normative.
Da ciò l’ardita costruzione del giudice, ma più che ardita diciamolo pure errata, che trova il suo fondamento sull’indubbia necessità di regolare il fenomeno Internet, ma che non può ovviamente operare de iure condendo ed è qui il problema.
Innanzitutto manca attualmente una legislazione di carattere internazionale che disciplini Internet e quindi le diverse attività illecite configurabili. A tal punto il giudice, per affermare la sua competenza e principalmente l’applicazione della normativa italiana ha dovuto subito individuare un illecito di rilevanza penale che incida così sul territorio italiano.
Al fine, però, di configurare un trattamento illecito di dati personali ha dovuto fornire una propria interpretazione estensiva dell’art. 13 del Codice per la protezione dei dati personali. Difatti, sapendo bene di non poter accusare Google di omesso controllo dei contenuti immessi in Rete da parte di terzi (non perché ciò non sia possibile tecnicamente, ma perché manca una norma esplicita in tal senso), ha ritenuto che l’informativa prevista dalla normativa sulla privacy doveva comunque essere ben presente sulla pagina web dove è disponibile il servizio di Google. Ciò perché l’Internet Service Provider (ISP) tratta i dati, sia pure nel solo segmento finale del processo, ed avrebbe avuto quindi l’obbligo di informare l’utente sui vincoli di legge da rispettare: cioè sul fatto che le persone riprese nel video dovevano essere avvertite e si doveva ottenere il loro consenso.
In realtà il giudice dimentica che l’articolo 13 del Codice riguarda le informazioni che lo ISP deve dare al suo utente in merito alle “sue” modalità di trattamento, cioè su ciò che lo ISP fa con i dati di chi utilizza la piattaforma.
L’errore è clamoroso e lascia intravedere una preoccupante superficialità nello studio della normativa in tema di privacy che spesso è comune a molti magistrati.
Ovviamente il teorema va ancora più in là ed al fine di configurare un profitto di Google il giudice confonde la volontà dell’ISP con degli automatismi tipici della Rete e collegati al servizio ad-word che presenterà sicuramente dei difetti, ma di certo non quelli individuati dal magistrato.
Potrei andare fino all’infinito, ma preferisco fermarmi qui. Purtroppo da studioso della Rete, di nuove tecnologie e di privacy mi sono sentito “tradito” da questa sentenza che strutturata come un bel manuale (singolari le note con indicazione degli autori) dove il giudice dimostra di aver studiato la materia, non riesce (e non poteva farlo) ad individuare immediate e concrete violazioni fondate sull’attuale normativa e se ne va per voli “pindarici” che non aiutano di certo il proposito di regolamentare effettivamente Internet in un’ottica nuova e totalmente diversa che evidenzi e corregga i principali difetti della Rete.
Sia ben chiaro ciò che è accaduto su Google video e che potrà ancora accadere è estremamente grave, ma deve rappresentare lo stimolo necessario per disciplinare la Rete in modo consapevole ed insegnarne un uso accorto specialmente ai giovani. Non può costituire occasione per sentenze di natura censoria davvero poco educative dal punto di vista giuridico.
Ad ogni modo la sentenza è disponibile al seguente indirizzo http://www.micheleiaselli.it/sentenzagoogle.pdf.