mercoledì 24 febbraio 2010

Ragazzo disabile picchiato e filmato: Google condannato per violazione della privacy


La notizia è di quelle che fanno e faranno discutere per molto tempo. Come ormai è noto il tribunale di Milano ha condannato tre dirigenti di Google per violazione della privacy in quanto non hanno impedito nel 2006 la pubblicazione sul motore di ricerca di un video che mostrava un minore affetto da sindrome di Down insultato e picchiato da quattro studenti di un istituto tecnico di Torino. A tre imputati sono state inflitti sei mesi di reclusione con la condizionale. Un quarto dirigente che era imputato è stato assolto. Si tratta del primo procedimento penale anche a livello internazionale che vede imputati responsabili di Google per la pubblicazione di contenuti sul web.
La società americana ha reagito molto male alla notizia parlando di un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet, mentre i magistrati, al contrario, hanno evidenziato che come principio di carattere generale la tutela della persona umana deve prevalere sulla logica di impresa.
Da sempre come è noto esiste questa contrapposizione tra chi sostiene fortemente (il Barlow è un capostipite) la libertà e l’indipendenza della Rete e chi invece (vedi Lessig) ritiene che una qualche regolamentazione giuridica di Internet è necessaria per salvaguardare quanto meno i diritto fondamentali dell’individuo. Purtroppo l’avvento del web 2.0 ha complicato notevolmente la diatriba, poiché oggi è facilissimo immettere in rete filmati di dubbio gusto o comunque diffondere messaggi di natura diffamatoria e non esiste un controllo preventivo da parte degli operatori.
La stessa normativa sia comunitaria (direttiva 2000/31/CE) che nazionale (d.lgs. 70/2003) non sono molto chiare in materia. Difatti in presenza di servizi di società dell’informazione da un lato si sostiene l'assenza di un generale obbligo di sorveglianza da parte degli intermediari sulle attività degli utenti che utilizzano i loro servizi, dall’altro però, considerato che nei servizi di hosting il responsabile del sistema, per la natura stessa del servizio, ha sempre la possibilità di controllare i contenuti dei siti anche se tale controllo, soprattutto nelle imprese di grandi dimensioni, diviene difficilmente realizzabile, si sostiene che il prestatore è sempre tenuto ad informare senza indugio l'autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza, qualora sia a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti un suo destinatario del servizio della società dell'informazione nonché a fornire senza indugio, a richiesta delle autorità competenti, le informazioni in suo possesso che consentano l'identificazione del destinatario dei suoi servizi con cui ha accordi di memorizzazione dei dati, al fine di individuare e prevenire attività illecite. Quest’ultimo aspetto secondo molti nasconde una forma di responsabilità oggettiva mascherata o quanto meno di culpa in vigilando che viene mal digerita dai providers.
Indubbiamente la questione è molto delicata e di non facile risoluzione in quanto è vero che come affermano i magistrati bisogna tutelare i diritti fondamentali dell’individuo, ma è pur vero che se non si regolamenta in qualche modo l’attività di impresa consentendo un minimo di autonomia, viene meno la stessa essenza della Rete e tutti quei servizi on line, che a tutti noi fanno enormemente comodo, scompariranno in breve tempo con gravi disagi per tutta la comunità della Rete.