E-BOOK: STORIA DELLA PRIVACY

lunedì 27 giugno 2016

Libro: Diritto e Nuove Tecnologie - prontuario giuridico-informatico

Il volume, edito da Altalex, giunge alla sua seconda edizione e rispetto alla precedente si presenta più corposo ed approfondito. Pur essendo sempre contraddistinto da una facile lettura e da un taglio prevalentemente pratico l’opera recepisce gli ultimi sviluppi sia legislativi che tecnologici della nostra società dell’informazione, che tende sempre più a trasformarsi in una società tecnologica della comunicazione digitale.
Vengono esaminati ed approfonditi tutti i principali strumenti ed istituti dell’informatica giuridica intesa in senso ampio come le banche dati, i contratti informatici, il documento informatico, la PEC, la privacy contraddistinta dall’entrata in vigore del Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali (Reg. 27/04/2016, n. 2016/679), il web 2.0, la tutela del diritto d’autore in ambito tecnologico, i reati informatici ed il processo telematico che negli ultimi tempi sta assumendo un particolare rilievo in ambito civile, amministrativo ed anche penale.
La presente opera, quindi, cerca di fare il punto della situazione in questo mondo variegato e multidisciplinare, offrendo una guida indispensabile che possa aiutare il lettore nella conoscenza di quelle dinamiche che costituiscono il motore della società dell’Information Communication Technology.

lunedì 23 maggio 2016

E-book gratuito: Il Regolamento UE sulla protezione dei dati personali (aggiornamento)




E' stato pubblicato il 4 maggio 2016 nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il Regolamento UE 2016/679 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati).
Come prevede l’art. 99 il Regolamento entrerà in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (25 maggio 2016), ma si applicherà a decorrere dal 25 maggio 2018.
L’iter di questo Regolamento, che entrerà direttamente in vigore nei singoli Stati membri dell'UE, è stato molto sofferto e sono passati ben quattro anni dalla prima proposta della Commissione Europea. Un testo inizialmente molto severo è stato reso più “digeribile” nel corso degli anni, anche se rimangono confermati i principi fondamentali del provvedimento europeo.
Scaricate l'e-book gratuito che ho recentemente aggiornato.

lunedì 7 marzo 2016

New Web e ignoranza 2.0



Lo sviluppo di Internet dell’ultimo ventennio è stato, senza dubbio, impressionante. Viene il sorriso a pensare alle nostre passate abitudini: chi cercherebbe oggi un ristorante tramite un elenco telefonico o un itinerario su uno stradario? Non si è trattato, però, soltanto di uno sviluppo della Rete, ma anche di uno sviluppo nella Rete: dagli inizi del 2000 in poi si è passati da un web statico (Web 1.0) ad un web dinamico (Web 2.0). Il primo, diffuso fino agli anni ’90, era composto prevalentemente da siti web statici senza alcuna possibilità di interazione ad esclusione della normale navigazione ipertestuale delle pagine, l’uso della posta elettronica e dei motori di ricerca.
Il termine Web 2.0[1], invece, fu utilizzato per la prima volta durante la “Web 2.0 conference” alla fine del 2004. Nascono così una serie di applicazioni online che consentono un elevato livello di interazione tra web e utente: si pensi, ad esempio, ai blog, ai forum, alle chat, a Wikipedia, alle piattaforme di condivisione quali YouTube e Flickr o, soprattutto, ai social network come Facebook, Twitter, LinkedIn. Con l’avvento del New Web[2] l’utente dismette i panni dello spettatore inerte per rivestire quelli dell’attore protagonista: sono proprio i suoi contenuti a riempire quella che da molti è chiamata la “scatola vuota” del Web 2.0.
In effetti queste nuove piattaforme senza gli utenti risulterebbero prive di significato: si pensi a YouTube senza video caricati dagli uploader, Facebook senza la condivisione di stati, pensieri o link o ancora forum privi di thread e topic, Wikipedia senza contributi degli utilizzatori. Lo scenario sarebbe inimmaginabile/apocalittico. Sono proprio i contributi personali e individuali a “reggere il peso” dell’informazione moderna. Ma siamo sicuri che quest’ultimo scenario ipotizzato sarebbe così catastrofico? Nel Web 1.0 esistevano delle tecniche utilizzate per tenere i visitatori il più a lungo possibile su un sito web[3] (cd. stickiness o “appiccicosità” di un sito), e per farlo si cercava di inserire quanta più informazione di qualità, selezionata e proveniente da personale competente. Il controllo era effettuato a monte, da chi inseriva il contenuto sul web, in modo che quest’ultimo potesse risultare realmente utile ai potenziali fruitori. Un limite di tale concezione, tuttavia, era rappresentato dalla scarsa numerosità dei contributi, essendo questi affidati a pochi fornitori di servizi. Tale limitazione viene ampiamente superata con l’avvento del Web 2.0. Di contro, però, l’aver concesso a tutti la possibilità di dire la propria online ha portato ad altre, e più serie, problematiche. È celebre, da questo punto di vista, l’intervento di Umberto Eco del 10 giugno 2015 in occasione del ritiro della Laurea honoris causa in “Comunicazione e Culture dei Media” a Torino: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» e ancora «Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità». La proposta di Eco, per cercare di debellare o quantomeno mitigare gli effetti nefasti del Web riscrivibile, è quella di commissionare ai giornalisti, in qualità di soggetti qualificati, un’analisi critica, dettagliata e periodica dei siti; in questo modo un’équipe di specialisti filtrerebbe il mare magnum di informazioni proveniente da Internet in modo da stimarne, con percentuale più alta possibile, il grado di attendibilità. E questo potrebbe avere un’importanza maggiore se pensiamo che, secondo un’indagine PIAAC[4] del 2013 svolta su iniziativa dell’OCSE[5], l’Italia ricopre l’ultimo posto per competenze alfabetiche, dopo Giappone e Stati Uniti, ma anche Estonia, Cipro e Irlanda: nella popolazione tra i 16 e 65 anni meno del 30% possiede quei livelli di conoscenze considerati il minimo per vivere e lavorare nel XXI secolo. Ciò vuol dire che nel nostro Paese, e per ipotesi prospetticamente nel mondo, il 70% degli individui è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno, cioè fatica a comprendere testi e non legge, nemmeno i giornali. La cosa più preoccupante, poi, è che una parte, più o meno elevata, di tale percentuale accede con persistenza alla Rete, scrivendo, commentando e saturando con propri contributi gli spazi offerti dal Web 2.0.
Viene da chiedersi a questo punto se è servito a qualcosa aver dato a tutti il “diritto di parola” alla luce delle distorsioni generate dall’utilizzo erroneo dell’evoluzione della Rete. Blog che inneggiano all’odio razziale o alla blasfemia, YouTube insozzato da filmati di violenza nelle scuole, Facebook stracolmo di stati di alcuna utilità per nessuno, di news e informazioni prive di alcun fondo di verità, o addirittura di insulti, cyberbullismo, cybercryme: è questo il prodotto più becero della Rete. I social network, poi, sono divenuti il luogo (virtuale) ove avvengono diffamazioni e ogni genere di offesa personale, con un aumento vertiginoso dei contenziosi nelle aule dei Tribunali in cui Facebook e le altre reti sociali costituiscono l’oggetto del contendere. La maggior parte degli utenti non si rende conto, infatti, che le possibilità offerte dalla Rete possono avere delle conseguenze anche abbastanza gravi dal punto di vista della responsabilità penale. I social networker tendono a commentare con semplicità disarmante tramite improperi e bestemmie, ritenendo erroneamente, o peggio ancora non ponendosi proprio il problema, che tali azioni siano neutre o prive di importanza, senza sapere che le affermazioni espresse su Internet hanno lo stesso valore delle espressioni verbali o rese su carta. Gli spazi sottostanti ad una foto su Istagram o ad un post su Twitter divengono covi d’odio dove è possibile leggere ogni sorta di atrocità e aberrazione possibili. Da questo punto di vista non si stava forse meglio quando si stava peggio? Ecco, sarebbe necessario un intervento per regolarizzare tali situazioni; una moderazione o qualsiasi cosa possa favorire una fruizione serena dei contenuti, libera da storture e avversioni personali. Se quindi il Web 1.0 era troppo chiuso, quello 2.0 è fin troppo aperto. A parere di chi scrive un controllo preventivo, come quello paventato da Eco, potrebbe costituire una valida proposta per contemperare le posizioni estreme delle due forme di web osservate. Anche perché il controllo successivo[6] ha mostrato le sue debolezze, non offrendo idonee e adeguate garanzie, considerato poi che ad Internet possono avere accesso, con estrema facilità, minori e categorie protette. Detto ciò è necessario, però, fare il conto con quanti hanno costruito le proprie fortune su tale modello organizzativo. Il Web 2.0, infatti, non può essere più arrestato poiché vi sono interessi troppo grandi in gioco, soprattutto economici. Con la condivisione di informazioni personali palesiamo costantemente chi siamo, agevolando le società connesse al nuovo marketing 2.0 a capire cosa ci piace, cosa ci interessa e come venderci al meglio i loro prodotti (si pensi ad esempio a Google AdWords che consente di raggiungere nuovi clienti e aumentare il giro d’affari di un’organizzazione in base ai click degli utenti o ancora ai discussi cookie di terze parti). La presunta libertà concessa dal New Web è in realtà una grande illusione: siamo liberi di riempire con contenuti la Rete, ma in cambio le aziende acquisiscono e utilizzano i nostri dati di natura personale. Di questi dati avviene un vero e proprio commercio: divengono oggetto di banche dati per andare a profilare i nostri gusti e le nostre tendenze, così da costruire campagne promozionali e pubblicitarie mirate ed efficaci. Non è un caso che le aziende sono sempre più presenti sui social network con pagine specifiche di prodotti e servizi offerti.
Ci ritroviamo in un vortice senza fine, nel quale crediamo di essere attori, ma siamo più spettatori di quanto eravamo nel Web 1.0. Le aziende “leggendoci” apertamente continuano ad arricchirsi sulla base di tale modello, noi invece lo subiamo ogni giorno, con la desolante conseguenza che il New Web ci ha danneggiato ben due volte: innanzitutto perché nella Rete siamo ormai libri aperti senza segreti, con conseguente violazione continua della nostra privacy, e successivamente perché si è abbassato drasticamente il livello di qualità dell’informazione presente sul web, anche e soprattutto a nostro discapito, in qualità di fruitori delle notizie.     

Francesco Laprovitera  


[1] L’esoressione può essere fatta risalire all’editore irlandese naturalizzato statunitense Tim O’Reilly.
[2] Nuovo Web, come alternativamente indicato dallo scrittore statunitense Seth Godin.
[3] Nel Web 2.0 invece sono state concepite altre modalità di contatto con il fruitore. Ci riferiamo alle tecnologie di syndication (RSS, Atom, tagging) secondo cui i contenuti possono essere fruiti non solo sul sito, ma anche attraverso canali diversi.
Un esempio di questi nuovi canali sono i feed, cioè delle liste di elementi con un titolo (es. notizie di un giornale, thread di un newsgroup), che permettono il successivo collegamento ai contenuti informativi, attraverso notifiche che “raggiungono” direttamente l’utente.
[4] Programme for the International Assessment of Adult Competencies.
[5] Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
[6] Controllo di tipo repressivo, caratterizzato dalla rimozione successiva di contenuti inadeguati dalla Rete.

domenica 6 marzo 2016

E-book gratuito: ''Privacy: cosa cambia con il nuovo regolamento europeo"

Ho deciso di pubblicare con Altalex un eBook gratuito sul prossimo Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati personali dal titolo ''Privacy: cosa cambia con il nuovo regolamento europeo''. 
Il volume illustra i principi fondamentali del Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati personali, le figure soggettive del Regolamento, le principali conferme e le ultime novità. 
Si ricorda che il 17 dicembre 2015 la commissione LIBE del Parlamento europeo ha votato, in una riunione straordinaria, il testo definitivo del Regolamento concordato in sede di trilogo (cioè di negoziati finali tra le diverse istituzioni). Lo stesso adesso dovrà essere approvato (presumibilmente nel periodo maggio-giugno) in sede di Parlamento Europeo e Consiglio dell’Unione Europea. Sono previsti, all’incirca, due anni di tempo per l’ effettivo adeguamento da parte di enti ed aziende. 
Per scaricare e-book collegarsi a questo link.

sabato 30 gennaio 2016

Il ricatto hard corre sul filo della Rete




Purtroppo negli ultimi tempi stanno proliferando assurdi ricatti a sfondo sessuale di donne belle ed attraenti e principalmente prive di scrupoli, che sfruttando le potenzialità della Rete colpiscono ignari ed ingenui personaggi che pensano di aver fatto una facile conquista senza nemmeno immaginare le conseguenze.
La tattica è sempre la stessa, la vittima, quasi sempre persona con un profilo sociale di tutto rispetto, viene contattata con una semplice richiesta di amicizia su un social network da una bella donna, che espone sul suo profilo un’immagine eloquente. Ovviamente l’amicizia è quasi sempre accettata e da lì viene tesa la trappola: la donna immediatamente inizia a chattare con la vittima, si mostra simpatica e disponibile e chiede un incontro su una video chat. Tanti sono i programmi disponibili sul mercato, ma Skype la fa da padrone. Il contatto in genere è serale o notturno e diventa facile per la donna sfruttare la debolezza dell’uomo e fare in modo che, in breve tempo, la videochiacchierata telematica diventi “bollente” spogliandosi e facendo spogliare la sua vittima. Spesso la donna riesce anche ad ottenere che il malcapitato si lasci andare ad attività sessuali più evidenti ed il gioco è fatto. Il tutto viene registrato ed in breve il povero malcapitato è contattato via mail e ricattato: o paghi oppure pubblichiamo il video su You tube, su Facebook o altri social.
In genere la vittima per evitare gogne mediatiche, tra l’altro, estremamente dannose per la propria immagine di uomo integerrimo e del tutto rispettabile, paga la somma richiesta commettendo un errore madornale, poiché le richieste di pagamento saranno continue e sempre più frequenti: diventa un ricatto infinito.
In genere, nella maggior parte dei casi, questi personaggi sfruttano la semplice paura della vittima, poiché, nella sostanza, gli effetti delle minacciate pubblicazioni sarebbero relativi, visto che le immagini pornografiche durano molto poco sui social in quanto eliminate dagli stessi amministratori. Questo, però, non ha importanza, poiché basta la sola minaccia per ottenere l’effetto voluto.
Bisogna avere coraggio e denunciare subito alla polizia postale queste ricattatrici senza dimenticare che, spesso, dietro queste donne, quasi sempre straniere, si nascondono vere e proprie organizzazioni criminali. Solo con la denuncia si possono spezzare queste maglie di una criminalità telematica, che ne inventa sempre nuove per sfruttare al meglio le debolezze umane.